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Testimonianza unica del sistema fortificatorio austroungarico in Trentino costruito a ridosso della Grande Guerra, Werk Gschwent, oggi meglio noto come Forte Belvedere, rappresenta un gioiello architettonico in grado di raccontarci gli anni terribili del conflitto fra 1915 e 1918 in un luogo conteso fra due eserciti contrapposti.
Progettato dal tenente del Genio ing. Rudolf Schneider, fu realizzato dal 1908 al 1912 su uno sperone di roccia calcarea a strapiombo sulla Valdastico a quota 1177 m.s.l.m.
Tecnicamente la fortezza, ancora intatta e tuttora visitabile, è realizzata in 6 blocchi scavati nella montagna: la Casamatta, la batteria in posizione avanzata, un’opera di controscarpa nel fossato e tre avamposti corazzati.
Collaudata per resistere ai più pesanti bombardamenti, le sue strutture furono realizzate con coperture in triplo strato di putrelle di acciaio da 400 mm annegate in oltre 2 metri di colata di cemento armato. Non solo: così come le altre fortezze dell’Altipiano Cimbro, Forte Belvedere fu concepito per resistere in perfetta autonomia a bombardamenti che potevano durare diverse settimane, disponendo anche di un acquedotto di una centrale elettrica interna.
Con una guarnigione complessiva di 220 uomini sotto la direzione del comandante Anton Perschitz (sostituito poi da Fritz Trakl) e con un armamento costituito di 3 obici da torre da 10 cm e 22 mitragliatrici, seppe assolvere pienamente il proprio compito nonostante le perdite subite e i danni riportati.
Nel primo dopoguerra il forte passò nelle mani del Demanio che lo subaffittò per un lungo periodo al Comune. Diversamente dalle altre fortezze dell’Altipiano, per decreto regio di Vittorio Emanuele III, Forte Belvedere si salvò dalla demolizione promossa dal governo fascista in tempo di autarchia.
Nonostante ciò, il 2 novembre 1940 iniziò un parziale smantellamento dell’opera: furono asportate le cupole corazzate, fu estratto il primo strato di putrelle dalle coperture, asportato il rivestimento metallico del tetto e molti altri elementi furono lesionati.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale il forte passò di proprietà alla Regione Trentino-Alto Adige e successivamente, dal 1966, ad un privato che con lungimiranza lo ripristinò parzialmente trasformandolo in un museo e garantendo a questa struttura storica un futuro, grazie a quest’opera di salvaguardia.
UNA FONDAZIONE PER GUARDARE ALL’EUROPANel 1996 il Comune di Lavarone acquistò il forte (con il determinante contributo della Provincia Autonoma di Trento) e, contemporaneamente, varò una serie di progetti per l’ulteriore valorizzazione della struttura, prevedendo un profondo restauro conservativo, il ripristino della copertura originale in zinco, la sistemazione dei solai, nonché una completa opera di risanamento del sito. Oltre ai lavori di restauro, si pensò all’allestimento di un moderno e aggiornato museo storico (testi in italiano, tedesco, inglese) con fini divulgativi e didattici dedicato non soltanto a Forte Belvedere e alle fortezze degli Altipiani, ma anche alle più ampie problematiche locali e internazionali della Prima Guerra Mondiale. Successivamente, in un’ottica fortemente europeista, nel 1999 lo stesso Comune di Lavarone, in collaborazione con il Tiroler Kaiserjäger-Bund di Innsbruck (Austria), ha istituito la Fondazione Belvedere-Gschwent, fornendole un fondo di dotazione costituito per metà dal contributo in documenti e reperti storici del Comune e per l’altro 50% da una sponsorizzazione della Cassa Centrale delle Casse Rurali del Tirolo attraverso, per l’appunto, il Tiroler Kaiserjäger-Bund.
Così come recita il suo statuto, la Fondazione Belvedere-Gschwent non ha scopo di lucro e ha per oggetto l’amministrazione e la gestione della fortezza, sviluppando attività di valorizzazione della memoria storica rivolta ad una cultura di pace che non sia pura retorica, bensì il focus di un percorso in cui si vuole agire in collaborazione con il territorio. Una delle poche Fondazioni internazionali della Provincia di Trento, nasce come simbolo di un nuovo modo di pensare a questo sito come bene non limitabile nella sua importanza al solo contesto provinciale o nazionale, bensì come patrimonio di tutti e come simbolo della follia della guerra, valore imprescindibile nella costruzione di una coscienza di collaborazione europea. In questi anni di attività, compito prioritario di questo soggetto culturale è stato quello di dare a Forte Belvedere un’identità museale coerente, canalizzando le proprie risorse al fine di organizzare, comunicare e illustrare i propri valori in una strategia efficiente per creare e far crescere un pubblico, non solo di appassionati. Tra le iniziative di maggiore rilievo promosse fino a oggi vi è l’organizzazione di eventi culturali quali mostre, convegni, rievocazioni storiche e concerti, nonché la promozione di un turismo culturale legato alle tematiche della Grande Guerra, anche attraverso proposte didattiche e visite guidate. Dal 2025 la Fondazione Belvedere ha cambiato assetto giuridico ed è ora una fondazione ETS compartecipata dal pubblico, iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. UN PATRIMONIO STORICO DA SALVAGUARDARE
Nel QTS, nel corso di pochi decenni, si è dato corpo a una profonda rigenerazione urbana, sociale e creativa, nata da operazioni di recupero dell’archeologia industriale. Nei luoghi del quartiere “Tortona Solari” la storia, nella sua identità più profonda, non è stata annullata ma re-interpretata.
Un quartiere sorto alla fine dell’800. Era la città delle fabbriche a sud di Milano, quello più vicina al centro storico, favorito dalla presenza dei Navigli e della neonata ferrovia Milano-Mortara, con la stazione di Porta Genova. Un quartiere dove la trasformazione urbana ha rispettato l’assetto morfologico di luoghi e manufatti originari: un processo di rigenerazione che ha restituito alla città l’uso di spazi, una volta industriali, mantenendone le qualità storico-tipologiche e architettoniche di luoghi del lavoro.
Ponte Capello, in Loc. Casalone – San Martino al Cimino (Viterbo) – fu edificato intorno la XIII sec. per facilitare il passaggio di pellegrini e viandanti che, percorrendo la via Francigena da nord verso Roma, attraversavano la Selva Cimina, facevando sosta presso l’Abbazia Cistercense di San Martino in Montibus (attuale San Martino al Cimino), per recuperare le forze, rifocillarsi e riprendere il cammino nei noschi di Monte Fogliano verso la tomba di San Pietro.
Questa diramazione della via Cimina entrò successivamente in disuso e fu sostituita da un percorso collocato più a est, attuale via Francigena della Montagna.Alcune notizie di Ponte Capello sono citate nei manoscritti inediti di due eruditi locali: Padre Semeria (1767-1845), membro dell’Accademia degli Ardenti, e Mons. Medichini (1831-1916), parroco della chiesa di S. Angelo a Viterbo.
DESCRIZIONE di Ponte Capello Il ponte, composto da una sola arcata, misura m 12 in lunghezza, m 3,40 in larghezza e circa m 8 in altezza. La struttura è costituita da una volta a sesto ribassato delimitata da due ghiere in blocchetti squadrati di peperino, delle quali si conserva solo quella orientale; l’altra, quella occidentale, risultava già crollata intorno al 1815, ai tempi in cui il ponte fu visto dal Semeria. I blocchetti della ghiera sono uniti con malta chiara, che costituisce anche il legante dell’opera a sacco con cui è realizzata la volta del ponte. Quest’ultima poggia direttamente sul banco di peperino con due spallette in blocchi squadrati dello stesso materiale. (Fonte storica: Il Ponte Capello e l’antica viabilità alle falde dei Monti Cimini – Alessandra Milioni) Lo studio e il recupero di questo antico ponte sono strettamente legati alla storia materiale e spirituale dell’Abbazia Cistercense che, nel 2025, celebra gli ottocento anni dalla sua consacrazione.
Siamo un team appassionato dedicato a esplorare e celebrare il ricco patrimonio della Cultura Bizantina. La nostra missione è portare alla luce la bellezza e la complessità di un mondo che ha influenzato profondamente la storia e la cultura del Mediterraneo.
La nostra attenzione è rivolta in particolare alla Calabria, una regione straordinariamente ricca di tesori bizantini.
Qui, tra antiche chiese e affascinanti mosaici, abbiamo trovato storie e luoghi che parlano di un’epoca dorata. Ma non ci fermiamo qui: il nostro sguardo si estende anche ad altri angoli del Mediterraneo, dove la cultura bizantina ha lasciato il suo segno.
BRIA si propone di:- Valorizzare il patrimonio bizantino attraverso eventi, itinerari e progetti culturali coinvolgendo la Comunità locale.
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BRIA ha già organizzato, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2024, una serie di itinerari e visite guidate in collaborazione con diversi partners, toccando alcuni dei luoghi più significativi del Patrimonio Bizantino in Calabria, Sicilia e Turchia e Grecia. Questi percorsi offrono un’immersione unica nella storia millenaria dell’Impero Bizantino, attraverso monumenti, chiese e siti archeologici di grande rilevanza culturale e spirituale; inoltre, BRIA è stata partner di un Progetto PCTO dal titolo “Calabria Bizantina. Storia e Valorizzazione di un Patrimonio Identitario” svolto con le terze classi del Liceo Classico “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria nell’anno scolastico 2024/2025, vissuto dai partecipanti con intensa emozione.







